LO HANNO AMMAZZATO?

Non hanno dimenticato quando chiamò il Pirata "traditore"
Pantani, a Cesenatico la gente si chiede: "Dov'era Cannavò?"

ANDREA CONFALONIERI
Non è pioggia, quella che picchia duro sulla Riviera. Le strade, i chioschi, le discoteche, le pinete, i canali e il lungomare che qualche infame ha assemblato nella "città della droga", sono lavate dal sangue di Pantani. La "Gazzetta" è completamente esaurita, e ci mancherebbe (Calabrese ha fatto davvero un grande e bel lavoro, come sempre: e, ricordiamolo, lui è il direttore della Gazzetta di oggi e non di allora...). La prima pagina è uno spettacolo, con quel titolone (Cosa ci lascia Marco. L'amore della gente e il testamento: "Umiliato e ferito") sopra quella foto (la bara del Pirata in trionfo). Ma, ma davanti alla chiesa di San Giacomo, quarantottore prima, nel giorno del furore e del delirio, un ragazzo biondo nemmeno diciottenne, con l'incoscienza e la forza della sua spensieratezza, di fronte alla corona di fiori spedita dagli organizzatori del Giro, tuonava: «Gettatela nel canale, e affondatela, quella corona». Applausi, scroscianti, mentre a pochi metri dalla bara delle nostre coscienze, qualcuno leggeva ad alta voce l'indimenticabile articolo di domenica 6 giugno 1999, il giorno dopo della fatal Campiglio, firmato da Candido Cannavò, sul "traditore Pantani".
«Dov'è, dov'è Cannavò?». «Dove sono gli organizzatori del Giro?», urlava - dandosi risposte irriferibili - la gente. Ce lo siamo chiesti tutti e, ieri, anche i "cugini" del Corsera («Assenza notata, vistosa», scrivono). Risposta: Cannavò era sotto i riflettori di "Porta a Porta", a casa di Vespa, ma non è stata una questione di treni o aerei persi, visto che Francesco Moser e Davide Cassani, presenti ai funerali, sono arrivati da Vespa addirittura in anticipo per la registrazione. E, allora, cos'è che l'ha bloccato, il candido (?) ex direttore? Charly Gaul, l'angelo della montagna che considerava il Panta come un figlio (e la sua stima era ricambiata dal Pirata), era arrivato a Cesenatico sostenuto a braccia, tremolante ma c'era, nonostante la bastarda malattia che l'attanaglia. C'erano tutti, ma Cannavò ("padre del Pirata", dice lui, allargandosi), Melo Castellano (direttore del Giro), e Petrucci, presidente dello sport italiano, no. Una lista indecorosa. Paura? Vergogna? Che cosa c'è di più improrogabile dell'addio a Pantani? Dicano loro, se trovano le parole. Ma, intanto, giudicate voi. C'era persino Gian Carlo Ceruti, presidente della Federciclismo, «da sempre additato come il mandante del presunto complotto di Madonna di Campiglio», scriveva ieri l'informatissimo Pier Augusto Stagi sul "Giornale". Mischiato tra la folla, ma c'era: bisogna riconoscere a Ceruti di avere avuto un moto d'orgoglio, anche se poi ha rovinato tutto con una dichiarazione vagamente inutile, persecutoria e blasfema, visto il momento e il luogo: «Il cittadino-atleta deve rispettare le regole». Come no, ma anche chi fa rispettare le regole deve avere rispetto prima dell'uomo, e poi del cittadino-atleta. E se le regole sono sbagliate, o applicate con intento persecutorio, l'uomo-cittadino-atleta deve essere protetto, tutelato, salvato invece che abbandonato al pubblico ludibrio e al massacro, da chi è pagato per fare questo, e non per chiudersi gli occhi e la bocca, vero signor Ceruti?
"L'ultimo bacio", come strilla nelle locandine bagnate dal sangue di Pantani il "Corriere di Cesena", non dev'essere, non può essere il bacio di Giuda. L'ultimo bacio non può essere avvelenato dalla crudeltà. Dallo struggimento, sì, come quello di Arnaldo Pambianco, l'ultimo romagnolo ad avere vinto il Giro, nel '61, che ha sublimato e incornicato la sete di vendetta della gente con queste parole: «Ad essere troppo bravi nella vita si paga un prezzo alto. Chi ha ucciso Marco deve andare all'inferno, deve bruciare vivo, perché Marco non era un ragazzo da corteggiare. Se aveva fatto i soldi era perché correva in bici, si ammazzava di fatica. Quegli avvoltoi lo hanno assalito, lo hanno corrotto in un momento di debolezza». Butta fuori tutto, caro Arnaldo, non avere paura, quello che stai dicendo tu lo pensano tutti quanti: «Marco aveva cercato di risalire in bicicletta, ma non glielo avevano permesso. Perché ogni volta che tornava a casa da un allenamento gli arrivava una lettera, una convocazione da un magistrato. Sette procure si sono accanite contro di lui. Lo sono andati a prendere a Madonna di Campiglio con otto carabinieri, mentre per Toto Riina erano in due. Non guarderò mai più una gara di ciclismo». Ti sei dimenticato di dire una cosa, povero e ingenuo Pambianco: e cioè che per i magistrati che «si sono accaniti», come dici tu, Marco Pantani era, parole loro di qualche giorno fa, «un idolo e un eroe». E guai a chi lo nega.
Ma c'è giornalista e giornalista, ciclista e ciclista, magistrato e magistrato, e noi ne abbiamo trovato uno che sta trattando Marco, anche se adesso può sembrare facile, con infinita delicatezza e, quasi, sentimenti d'amore. Si chiama Paolo Gengarelli, ed è il sostituto procuratore che sta indagando con ampie dosi d'umanità e sensibilità sulle ultime ore di Pantani. La sua certezza è che «Pantani amasse troppo la vita per fare un gesto estremo. L'amava profondamente. Che la vivesse poi in maniera sregolata, è un altro discorso». Grazie, perché ogni parola su Marco a questo punto vale doppio, e grazie al magistrato Gengarelli anche per avere detto quello che noi avevamo subito scritto, e cioè che rendere pubblici gli ultimi messaggi confusi e sconnessi di Marco, è stato un atto indegno d'inciviltà: «Sono indignato perché quelli erano pensieri estrapolati da un contesto più ampio, e per di più riguardano la sfera personale di un uomo che era meglio lasciar stare». Che lezione, sostituto procuratore Paolo Gengarelli! Ma la vera lezione doveva ancora arrivare, girandoci e rigirandoci nel letto come se ci avessero ammazzato un fratello, perché ognuno di noi vedeva riflesso in Marco qualche "peccato" inconfessabile, o la realizzazione di un frammento dei suoi sogni. Il vero segnale che il muro di omertà e bugie potesse iniziare a barcollare, di fronte all'enormità di un sacrificio umano, l'abbiamo avuta da un compagno di Panta, Marco Velo, e dal massaggiatore Pregnolato. Marco Velo, sozzamente ignorato e censurato, quando invece meriterebbe di finire in un titolo monumentale, ha avuto la "colpa" di dire, una vita spezzata dopo l'infernale 5 giugno di Campiglio, la verità scomoda che tutti hanno sempre coltivato, pensato, bisbigliato e, purtroppo, temuto nel mondo del ciclismo e dei giornali. E cioè che Madonna di Campiglio fu un'autentica, gigantesca e mortale trappola ammazza-Pirata. «Fu un complotto» ha urlato Velo, ed è il secondo compagno di Marco a uscire allo scoperto, dopo Siboni. La domanda perché-adesso-e-non-prima?, quando poteva servire a salvare Pantani, bisogna rivolgerla, crediamo, alla coscienza di Siboni e Velo. Ma tant'è, sempre di verità scomoda e scottante, si tratta, e quindi - anche se in tragico ritardo - fa sempre bene, soprattutto a noi che battagliamo per il Pirata, ancor più furiosamente di quand'era in vita, visto che il suo sacrificio deve condurre pure a qualcosa. «Già la sera del 4 giugno - racconta Velo - cominciarono a girare voci che Marco il giorno dopo sarebbe stato escluso dal Giro. Mi ricordo che la sera eravamo nella stanza di uno di noi: eravamo tutti felici, scherzavamo, ridevamo e pensavamo a come ci saremmo divisi il premio per la vittoria del Giro. Ma il clima cambiò alle 22-22.30 perché nella stanza cominciarono ad arrivare telefonate di gente che era presente a una festa dell'organizzazione e chiedeva se fosse vero che l'indomani Marco non sarebbe partito». Avete capito bene, "la sera prima" di ammazzare Pantani, giravano già le voci che lo avrebbero ammazzato. Aggiunge un particolare inquietante Roberto Pregnolato, massaggiatore del Pirata: «Il 5 giugno 1999 - sostiene - mezz'ora dopo che il prelievo a Marco era stato fatto, i giornalisti al seguito del Giro già sapevano il risultato». Mezz'ora dopo, cioè prima che il sangue fosse stato esaminato, ci siamo capiti?
Domanda delle cento spade: esiste un magistrato che voglia andare a fondo di questa storia, e di quel giorno oscuro in cui a Madonna di Campiglio qualcuno "morì", e cioè la "testa" di Pantani, magari convocando chi c'era e solo oggi "canta" per parlare di queste strane telefonate, da chi vennero fatte, o di quei giornalisti che sapevano prima, chiedendogli magari come facevano a saperlo, e chi glielo aveva detto, durante la festa degli organizzatori?
Ma vi sembra cosa di poco conto, questo "muro" d'omertà che poco a poco si sfarina, illuminando lo scenario di un complotto che Pantani, per averlo denunciato, ha pagato con l'autodistruzione? Ma vi pare da titolo o da notizia in breve, che un ciclista e un massaggiatore presenti al Giro fossero venuti a sapere, per scherzo o casualità, solo il diavolo lo sa, che Pantani sarebbe stato espulso prima ancora che fossero stati fatti i prelievi? Sapevo che avrebbe fatto la fine di Coppi, ha detto la mamma di Marco. E noi, mamma Tonina, sapevamo che la sua morte si sarebbe portata con sé molte altre persone che hanno taciuto e tradito, ma non potranno farlo in eterno. La verità sta picchiando forte, dietro al "muro". Vuole uscire. Picchia e ripicchia, ce la fa e ce la farà. Questo è solo l'inizio, di quello che hai sempre desiderato vedere, vero Marco?
Andrea Confalonieri

 

Parla l'avvocato della Caf che annullò la squalifica al Pirata per la siringa di insulina
«NON C'ERA NESSUNA PROVA MA FU CONDANNATO LO STESSO»
Nessuno poteva dire che usò quella siringa, nessuno poteva dire che fosse mai stato nella stanza incriminata, ma lo sospesero ugualmente per otto mesi
Bastarono 45 minuti di camera consiglio alla Caf della Federciclismo per smontare la sentenza che aveva condannato Marco Pantani a otto mesi di sospensione. La vicenda era quella della famigerata siringa di insulina trovata nella stanza 401 dell'hotel Francia prima della tappa Montecatini-Reggio Emilia durante il Giro del 2001. Non ci sono prove, dissero i giudici. E pensare che quella siringa e il blitz di Sanremo ad essa collegato gettarono un'ombra pesantissima sul Pirata. Un'ombra, a detta della Caf, fondata sul nulla. E oggi, a quasi tre anni di distanza, di fronte alla tragedia di cui quell'episodio è stato solo un tassello, uno degli avvocati di quella commissione Caf, Celestino Salami, è tornato sulla vicenda.
«La tesi della procura Antidoping - spiega Salami - non stava in piedi, si basava esclusivamente su supposizioni. Non solo non esistevano prove sul fatto che quella siringa trovata dai Nas nella stanza 401 fosse stata utilizzata da Pantani, ma non esisteva neanche la certezza che Pantani ci fosse mai stato in quella stanza. C'erano ben due testimonianze, quella del portiere e quella della proprietaria dell'albergo, molto chiare a questo proposito: nessuno dei due poteva dire se Pantani fosse mai entrato in quella stanza».
Non si sa quindi se Marco fosse ci fosse mai stato in quella stanza, ma bastò il sospetto per mettergli addosso ancora una volta il marchio del dopato. In verità, a qualsiasi persona serena nel giudizio, i risultati di fatto di quella "clamorosa" scoperta e le parole del Pirata («Quella siringa non è mia e non capisco come possano dire che la stanza dove è stata ritrovata fosse la mia. Da anni, per motivi di privacy, la mia squadra non comunica mai il nome dei corridori e le stanze dove sono alloggiati»), sarebbero bastate per buttare l'intero fascicolo nel cestino, ma era Marco Pantani, e non andò così.
E fa un certo effetto rileggere ora le parole dell'avvocato Cesare Micheli, che rappresentava la procura antidoping, mentre scandalizzato dalla sentenza che annullava la squalifica, annunciava il ricorso al Tas (il tribunale arbitrale sportivo internazionale): «Non era il momento di usare benevolenza proprio perché si trattava di un campione e per questo bisognava usare una estrema durezza».